lunedì 17 febbraio 2020

Formazione. Alta specializzazione per il nostro patrimonio culturale: al via oggi il bando di concorso

Alta specializzazione per il nostro patrimonio culturale: al via oggi il bando di concorso per venti borse di studio. Il corso si dipana in un percorso di due anni per formare i nuovi professionisti nella gestione di musei, siti archeologici e imprese culturali. 





Giunto alla sua seconda edizione, il corso segue le più importanti ricerche europee nell’individuazione dei fabbisogni formativi e punta a valorizzare i profili professionali di provenienza dei partecipanti in relazione ai nuovi contesti del patrimonio, ascoltando le reali necessità degli istituti, delle organizzazioni e delle imprese culturali. Una Scuola che si rivolge in particolare ad archeologi, architetti, paesaggisti e conservatori, storici dell’arte, antropologi, archivisti, bibliotecari e altri specialisti nel campo delle attività culturali.

Il nuovo bando esce con alcune novità rispetto al primo ciclo. Sono ora 20 i posti disponibili anziché i 18 del corso precedente, tutti sostenuti con una borsa di studio di 14.700 euro lordi annui (il corso è gratuito). Cambia anche l’età massima dei partecipanti, che scende dai 39 ai 36 anni non compiuti. Tra i requisiti obbligatori, il possesso di dottorato o scuola di specializzazione in materie attinenti il patrimonio e le attività culturali, la padronanza delle lingue italiana e la conoscenza dell’inglese con livello minimo B2. La selezione dei prossimi partecipanti alla Scuola del Patrimonio attraverso il programma proposto dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali consentirà di accedere al Diploma di Alta Specializzazione e Ricerca per il patrimonio Culturale, con 150 crediti ECTS.

Il programma di studio, della durata di due anni con obbligo di frequenza, si articola in un ciclo di lezioni introduttive che hanno lo scopo di suggerire spunti di ricerca attraversando discipline giuridiche, amministrative, manageriali, nonché di approfondire le potenzialità delle nuove tecnologie applicate al patrimonio culturale.

I tre moduli di specializzazione del primo anno sono rivolti ai rapporti del patrimonio con lo sviluppo territoriale, alla digitalizzazione e alla mediazione.

Il secondo anno è invece dedicato all’internship per la fase di applicazione sul campo. La Fondazione propone infatti agli allievi giunti al termine del percorso in aula, lo sviluppo di progetti di lavoro presso enti e istituzioni operanti nella cultura a livello nazionale e internazionale, al fine di mettere in pratica e affinare le conoscenze e competenze acquisite.

I partecipanti sono selezionati attraverso una procedura pubblica di valutazione basata sul profilo scientifico dei candidati, sul colloquio e sulle prove psico attitudinali e motivazionali.

Con questo corso la Fondazione - voluta dal ministro Dario Franceschini nel corso del suo precedente mandato, come struttura operativa a sostegno delle politiche di innovazione e qualificazione delle competenze del Mibact - si propone di fornire alle professioni del settore culturale gli strumenti metodologici necessari ad approcciare la cura del patrimonio secondo una prospettiva sempre più ampia, trasversale e integrata con il mondo del lavoro.

“La Scuola del Patrimonio è una sorta di laboratorio, inteso come un ambito metodologico nel quale ogni conquista di conoscenze e competenze è frutto di un lavoro sia individuale che condiviso di progettazione e conduzione delle ricerche, nonché di verifica, fruizione ed esposizione dei risultati” dice Carla Di Francesco, Commissario straordinario della Fondazione.


Il modulo per la candidatura si può scaricare sul sito fondazionescuolapatrimonio.it

domenica 16 febbraio 2020

Roma Fotografia 2020: EROS. A Palazzo Merulana di scena il Desiderio, forza straordinaria che muove il mondo

Prende il via a Palazzo Merulana Roma Fotografia 2020: EROS, il grande evento che delinea i contorni e le sfumature della forza straordinaria che muove il mondo: il Desiderio.





Roma Fotografia 2020 EROS è una proposta culturale che indaga il rapporto tra la fotografia e l’arte in generale con il tema del desiderio, della passione e della bellezza e stimola la ricerca sulle motivazioni e le spinte più profonde che animano i sogni e le azioni quotidiane che puntano alla realizzazione di essi. Per riscoprire il talento, le capacità, le potenzialità, le aspirazioni che trovano nell’arte lo strumento ideale di espressione.

Cosa accende i nostri sogni, pensieri e azioni? Come fa a coglierlo il nostro sguardo? E quello sguardo come matura in noi? Se tutta l’arte è erotica, come diceva Gustav Klimt, in fondo, è perché l’erotismo caratterizza la natura stessa: dalla forma di un’orchidea in fiore ad un frutto aperto a metà, l’eros è lo sguardo di chi riesce a cogliere l’essenza e ogni forma di bellezza e di pathos nell'esistenza. Il continuo esercizio delle emozioni con cui stimoliamo i nostri sensi che diventa una chiave di lettura con cui interpretare ciò che viviamo.

L’evento si svolgerà a Roma dal 22 febbraio al 6 aprile in collaborazione con diverse istituzioni culturali tra le quali CoopCulture, Fondazione Cerasi, Istituto Luce – Cinecittà, Stadio di Domiziano, con il patrocinio di Regione Lazio e Roma Capitale. Inaugurazione a Palazzo Merulana sabato 22 febbraio alle 18.30.

In concomitanza con l’inaugurazione di Roma Fotografia 2020 EROS, la programmazione espositiva parte a Palazzo Merulana con un ciclo di tre personali tutte al femminile. Un racconto sull’Eros che percorre il secolo scorso sino all’oggi. Dalle Dive Divine del cinema muto agli anni Venti fiammeggianti di innovazione e spirito rivoluzionario nelle fotografie di Tina Modotti, sino alla contemporaneità intrisa di classicismo delle opere di Chiara Caselli.

Donne che rappresentano forza, indipendenza, coraggio e emancipazione e diventano portatrici di un messaggio importante che Roma Fotografia vuole amplificare: la presenza incisiva, attenta, competente e innovativa delle donne in un settore spesso declinato al maschile come la fotografia.

Il 22 febbraio inaugura la prima delle tre mostre, Tina Modotti “L’Eros della rivoluzione”. Un viaggio in quattro tappe che parte con le immagini iconiche che hanno portato Tina Modotti ad essere la fotografa più influente dell’inizio del secolo. Il suo splendido sguardo mostra una straordinaria capacità di raccontare la complessità di una rivoluzione senza mai perdere la delicatezza di porgere attenzione ad un particolare, ad un fiore. Una donna, una artista oltre le definizioni, oltre il suo tempo, che proietta verso una modernità che trova nella “Desiderio” la scintilla per muoversi verso un ideale imprescindibile, una passione irrinunciabile, una volontà tenace, nell’esplorazione di sé e della stessa vita per lei già immortale. nelle altre aree che scopriamo un’interpretazione insolita del suo lavoro, che per essere inserita nel progetto Roma Fotografia 2020 “EROS” aveva bisogno di isolare i suoi sguardi non dal punto di vista specifico o ideologico, ma simbolico. Ed ecco che le fotografie di mani diventano fiori e fiori che diventano mani, da sempre simboli di amore e sensualità. Un progetto inedito frutto di un lavoro approfondito di ricerca a cura dei fotografi di Roma Fotografia: Maria Cristina Valeri e Alex Mezzenga.

La mostra, organizzata in collaborazione con Associazione Culturale onlus 8 Marzo, prevede 38 opere che provengono dall’Instituto de Investigaciones Estéticas (IIE), dal Fondo “Manuel Toussaint” dell’Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM) di Città del Messico e dalla Collezione della Fototeca Nazionale dell’Instituto Nacional de Antropología e Historia (INAH) della Città di Pachuca Hidalgo, Messico.

Info: www.palazzomerulana.it

sabato 15 febbraio 2020

Gesualdo Project, alla IUC secondo appuntamento con Les Arts Florissants dedicato ai Libri di Madrigali di Gesualdo

Secondo appuntamento nell’ambito del progetto europeo di Les Arts Florissants e Paul Agnew dedicato all’integrale dei madrigali di Gesualdo. Il concerto sarà preceduto da un incontro a cura di Giovanni D’Alò, dal titolo Come ascoltare un Madrigale.







Dopo il grande successo del concerto inaugurale (non a caso è stato inserito dalla critica tra i 10 migliori concerti del 2019), prosegue alla IUC il Gesualdo Project, nell’ambito di un ampio progetto, che prevede l’esecuzione completa dei suoi sei Libri di Madrigali in varie città europee, tra cui Parigi, Madrid, Siviglia, Essen, ma anche a New York, che la IUC propone in esclusiva per l’Italia.

In programma l’integrale del Quarto Libro dei Madrigali di Carlo Gesualdo principe di Venosa, che sarà eseguita da Les Arts Florissants con la direzione di Paul Agnew. Nella prima parte del concerto si ascolteranno anche madrigali di altri grandi compositori italiani e fiamminghi, che aprirono la strada ai capolavori di Gesualdo: sono Orlando Di Lasso, Nicola Vicentino, Luca Marenzio, Luzzasco Luzzaschi e Claudio Monteverdi. Il concerto sarà preceduto, alle ore 16:30 presso la Sala Multimediale-Rettorato, da un incontro a cura di Giovanni D’Alò, dal titolo Come ascoltare un Madrigale.

Vissuto a cavallo dei secoli sedicesimo e diciassettesimo, Gesualdo è uno dei più originali e geniali musicisti di tutti i tempi e una figura chiave della transizione dal Rinascimento al Barocco, poiché la polifonia vocale, che rappresentava il culmine della musica rinascimentale, venne da lui usata per esprimere gli affetti contrastanti e portati all’estremo del barocco, usando dissonanze e cromatismi non ammessi dalle regole del tempo e anticipando così di oltre due secoli i successivi sviluppi della musica.

Discendente di una delle più antiche e potenti famiglie del regno di Napoli, Gesualdo nel 1590 uccise la moglie Maria D’Avalos e il suo amante Fabrizio Carafa, colti in flagrante adulterio. La legge non osò toccare un personaggio così potente, ma Gesualdo ritenne più prudente lasciare Napoli rifugiarsi in un suo castello isolato per timore della vendetta delle famiglie D’Avalos e Carafa. Alcuni anni dopo – era il 1595 – si recò a Ferrara per sposare in seconde nozze la duchessa Eleonora d’Este, fermandosi a lungo nella capitale estense.

Già a Napoli Gesualdo era stato in contatto con grandi musicisti italiani e fiamminghi e con grandi poeti come Torquato Tasso, ma il vivace ambiente musicale ferrarese diede nuovo impulso alla sua arte. Lì compose il suo Quarto Libro di Madrigali, pubblicato proprio a Ferrara nel 1596. Nei testi sempre molto tormentati e cupi e nel fatto che proprio al centro della raccolta abbia inserito il madrigale spirituale “Sparge la morte al mio Signor”, si è voluto vedere il riflesso del tragico fatto di sangue che segnò la sua vita, ma questa è un’interpretazione moderna, perché le concezioni dell’epoca non prevedevano commistioni tra vita e arte.

Les Arts Florissants è un collettivo strumentale e vocale a organico variabile e modulabile a seconda delle esigenze artistiche, che nel 2019 ha celebrato i quarant’anni di attività. Il fondatore è William Christie, che nel 2013 ha associato Paul Agnew alla direzione del gruppo. È stata tra le prime e più reputate formazioni in campo internazionale nell’ambito della musica rinascimentale e barocca, eseguita ricostruendo fedelmente le modalità originali, ed è attiva nel campo della musica vocale e strumentale, del concerto e dell’opera. Il suo curriculum è talmente ricco che è impossibile offrirne un sia pur sintetico quadro: per darne appena un’idea, si può ricordare che questo gruppo ha inciso oltre cento dischi e si esibisce circa cento volte all’anno, a Parigi, New York, Londra, Bruxelles, Vienna, Salisburgo, Madrid, Mosca… praticamente in tutti le principali capitali della musica del mondo intero.

In collaborazione con la Cité de la Musique – Philharmonie de Paris.

Les Arts Florissants riceve il sostegno finanziario del Ministero della Cultura e della Comunicazione, del Dipartimento di Vendée e della Regione della Loira. L’Ensemble risiede presso la Philharmonie de Paris dal 2015. Selz Foundation, American Friends of Les Arts Florissants e Crédit Agricole Corporale & lnvestment Bank sono gli sponsor principali.

Programma
Orlando di Lasso Timor et tremor
Nicola Vicentino L’aura che ’l verde lauro
Luca Marenzio Solo e pensoso
Luzzasco Luzzaschi Quivi sospiri
Claudio Monteverdi Luci serene e chiare
Gesualdo da Venosa Il Quarto Libro de’ Madrigali

Info: www.concertiiuc.it/

Educazione stradale: azioni ed iniziative per i più giovani

L’educazione stradale è di primaria importanza ed una delle priorità su cui diversi attori istituzionali stanno lavorando per promuovere tra i giovani la cultura della sicurezza in strada. Tra questi Edustrada è il progetto nazionale per l'educazione stradale nelle scuole, uno strumento operativo che utilizza metodologie nuove per aumentare il coinvolgimento degli studenti e dei docenti.





Secondo l'ultimo Rapporto ACI-ISTAT sugli  incidenti stradali 2018, si registra, purtroppo, un aumento delle vittime delle categorie vulnerabili, in particolare tra i pedoni. La riduzione media annua del numero di vittime della strada del nostro Paese, poi, pari a 2,6% nel periodo 2010-2018, è inferiore a quanto stimato per l’obiettivo europeo - ormai irraggiungibile - di dimezzare il numero di morti in incidenti stradali entro il 2020.

Secondo Angelo Sticchi Damiani, presidente dell’Automobile Club d’Italia, in occasione dell'evento "Workshop Sicurezza stradale: azione ed iniziative di educazione stradale per i più giovani", tenutosi presso la sede ACI di Roma il 6 febbraio 2020, "La sicurezza deve tornare ad essere una priorità, sono necessari, da subito, corsi di aggiornamento o di guida sicura riservati ai conducenti, in quanto, se da una parte l’età delle vittime è aumentata, dall’altra i giovani si confermano la categoria più a rischio".

I dati

Giovani 15/24 anni e anziani 70/74 prime vittime; bambini in diminuzione

Le fasce d’età più a rischio risultano i giovani tra 15 e 24 anni (413 morti: 12,4% del totale; 70,2 decessi per un milione di residenti) e gli anziani tra 70 e 74 anni (222 morti: 6,7% del totale; 78,4 decessi per un milione di residenti).

Per gli uomini si rilevano picchi in tre fasce d’età: 40-44 (200 morti), 20-24 (197), 55-59 (194). Per le donne frequenze maggiori per le età 70-84 (179).

Nel 2018 si sono registrate 9 vittime in meno tra i bambini 0-14 anni (34 rispetto ai 43 dell’anno precedente: -20,9%), ma siamo ancora lontani dall’obiettivo “vision zero” stabilito dal Piano Nazionale della Sicurezza Stradale 2020.

Tra tutti i conducenti coinvolti in incidenti, è particolarmente alto il numero di quelli tra i 40 e i 49 anni (21%), seguiti dai giovani tra i 20 e i 29 anni (19%) ma si registrano proporzioni elevate anche tra i più anziani (8% con età 70 anni e più). Rispetto ai patentati la probabilità di essere coinvolti in un incidente è più elevata nei giovanissimi, mentre decresce a partire dai 25 anni.

Aumentano pedoni e ciclomotoristi; diminuiscono motociclisti e ciclisti

L’aumento dei morti ha riguardato, in modo particolare, ciclomotoristi (108; +17,4%) - che si confermano tra le categorie più a rischio - e pedoni (609; +1,5%). Nel complesso, gli utenti vulnerabili rappresentano circa il 50% dei decessi (1.621 su 3.325).

Nel 2018 si sono registrate 1.420 vittime tra conducenti e passeggeri di autovetture (-3%), 685 tra i motociclisti (-6,8%), 219 tra i ciclisti (-13,8%).

Aumentano i morti sulle autostrade, diminuiscono in città e sulle strade extraurbane

Nel 2018 è diminuito il numero di incidenti su strade urbane (126.701; -2,9%) e autostrade (9.372; -0,2%), mentre è aumentato sulle extraurbane (36.271; +3,4%). In città e in autostrada sono diminuiti anche i feriti (169.573 e 15.440 rispetto a 174.612 e 15.844 del 2017, pari a -2,9 e -2,5%).

Crescono (+10,5%) i morti su autostrade (i 43 morti di Genova sul Ponte Morandi sono compresi nella statistica), mentre scendono quelli all’interno dei centri abitati (-4,4%) e sulle strade extraurbane (-1,2%).

Prime cause: distrazione, mancata precedenza e velocità elevata

Distrazione, mancato rispetto della precedenza o del semaforo, velocità troppo elevata si confermano, anche nel 2018, le prime tre cause di incidente (complessivamente il 40,8% delle circostanze).

Tra le altre cause più rilevanti: distanza di sicurezza (20.443), manovra irregolare (15.192), comportamento scorretto verso il pedone (7.243) o del pedone (7.021), presenza di buche o ostacoli accidentali (6.753): rispettivamente il 9,2%, il 6,9%, il 3,3%, il 3,2% e il 3,1% del totale.

Sulle strade urbane la prima causa di incidente è il mancato rispetto di precedenza o semafori (17%), seguito dalla guida distratta (14,9%); sulle strade extraurbane la guida distratta o andamento indeciso (20,1%), velocità troppo elevata (14%) e mancata distanza di sicurezza (13,8%).

Violazioni principali: velocità, segnaletica, cinture di sicurezza/seggiolini e uso del cellulare

Nel 2018 le sanzioni per le violazioni al Codice della Strada si sono ridotte complessivamente del 4,4%, (anche a causa della diminuzione dei controlli da parte delle Forze dell’Ordine), le voci principali, oltre al superamento dei limiti di velocità, vedono ai primi posti l’inosservanza del rispetto della segnaletica (365.697; -6,6%), seguita da mancato uso delle cinture di sicurezza e dei sistemi di ritenuta dei bambini (202.941; -0,03%) e uso improprio del cellulare alla guida (136.950; -6,1%).

In diminuzione anche le contravvenzioni per eccesso di velocità, (2.513.936; -11,6%). Tra le probabili cause il fatto che, nei mesi di giugno e luglio, il sistema Tutor sia stato inattivo.

Agosto mese più pericoloso

I mesi estivi si confermano il periodo con il maggior numero di incidenti e vittime. Agosto è il mese più pericoloso per il numero di incidenti gravi in tutti gli ambiti stradali (2,7 morti ogni 100 incidenti). Giugno e luglio quelli con più incidenti nel complesso, (rispettivamente 16.755 e 16.856). Gennaio e Febbraio, viceversa, i mesi con il minor numero di incidenti, Febbraio anche con il minor numero di morti. Di notte (tra le 22 e le 6 del mattino) e nelle ore di buio aumentano sia l’indice di mortalità che quello di lesività (rispettivamente morti e feriti ogni 100 incidenti).

L'importanza dell'educazione stradale

In tale contesto risulta di primaria importanza promuovere l'educazione stradale soprattutto tra i più giovani e sono diversi i progetti avviati in Italia, che vedono la presenza di diversi attori istituzionali:

Il portale Edustrada del Miur

L’educazione stradale è una delle priorità su cui il Miur lavora per promuovere tra i giovani la cultura della sicurezza in strada. Edustrada è il progetto nazionale per l'educazione stradale nelle scuole, uno strumento operativo che utilizza metodologie nuove per aumentare il coinvolgimento degli studenti e dei docenti. La piattaforma www.edustrada.it è uno spazio interattivo dedicato alle scuole, di ogni ordine e grado, per consentire l’adesione - previa registrazione - all’offerta formativa del Miur in tema di educazione stradale.

Il portale è stato avviato dalla Direzione generale per lo studente, l’integrazione e la partecipazione del Miur nel 2017, in collaborazione con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, la Polizia stradale, il Dipartimento di psicologia dell’università “Sapienza” di Roma,  la Federazione ciclistica italiana, la Federazione motociclistica italiana, l’Automobile club d’Italia, la Fondazione Ania. Il lavoro dei diversi partner punta a diffondere in tutti i cicli scolastici la cultura della sicurezza stradale, il rispetto delle norme e la mobilità sostenibile.

Il progetto SicuraMENTE: Educazione alla mobilità sicura e sostenibile

Il progetto SicuraMENTE nasce da un’esperienza condivisa dal 2007 tra la Regione Friuli Venezia Giulia e l’Ufficio Scolastico Regionale per il FVG per sensibilizzare tutti gli studenti della Regione ad un’educazione stradale attiva e consapevole. Scopo dell’iniziativa è quello di stimolare i giovani ad una riflessione responsabile e partecipata sui temi della sicurezza stradale e della mobilità sicura e sostenibile –intesa come cultura del rispetto delle regole e degli altri–attraverso un confronto diretto con coetanei o con ragazzi più giovani che sfoci nell’acquisizione di abitudini comportamentali corrette.

De.Si.Re. – La città che vorrei

De.Si.Re. – La città che vorrei è un’iniziativa di formazione sui temi della sicurezza stradale e della mobilità sostenibile, già realizzata a Roma nel 2019 in 14 Istituti della Scuola primaria: 4.300 gli alunni coinvolti per un totale di 2.000 ore di formazione. Il progetto è promosso da Roma Capitale e patrocinato dalla “Consulta Cittadina Sicurezza Stradale, Mobilità Dolce e Sostenibilità”, in collaborazione con l’Automobile Club Roma, la Federazione Ciclistica Italiana e la Polizia Locale di Roma Capitale. Quest'anno l’iniziativa è stata estesa anche agli alunni della Scuola secondaria di I grado. Il fine è quello di trasferire loro, sin da piccoli, la conoscenza e l’importanza delle regole da seguire sulla strada, insieme alla consapevolezza dei rischi e delle conseguenze che possono derivare da comportamenti errati e irresponsabili.

venerdì 14 febbraio 2020

Animazione, arriva in tv la serie sul mitico Topo Gigio. 52 episodi da 11 minuti l’uno interamente realizzati da talenti italiani

Ma cosa mi dici mai... Arriva la serie Tv “Topo Gigio”: 52 episodi da 11 minuti l’uno interamente realizzati da talenti italiani. La produzione a cura della DogHead Animation di Firenze. In onda dal prossimo autunno su Rai YoYo.







Ricordate Topo Gigio? Il pupazzo più amato dagli italiani, protagonista di programmi televisivi come Carosello, Canzonissima, Lo Zecchino d'oro, diventando poi un successo planetario conosciuto in oltre 40 paesi del mondo, nasce 60 anni fa dalla mente di Maria Perego, recentemente scomparsa. La mamma di Topo Gigio è stata non solo l’inventrice di un pupazzo diventato personaggio iconico della televisione italiana a partire dagli anni Sessanta ma anche portatrice di un nuovo modo di fare spettacolo.

Il mitico pupazzo arriva ora in tv con la serie “Topo Gigio”: 52 episodi da 11 minuti l’uno interamente realizzati da talenti italiani. La serie è co-prodotta da Movimenti Production (casa di produzione anch’essa facente parte del Gruppo ForFun) e la Topo Gigio srl, che rappresenta la proprietà dell’IP, ovvero la sua inventrice Maria Perego e sarà in onda su Rai YoYo dal prossimo autunno, grazie alla partnership preziosa di Rai Ragazzi.

Topo Gigio è una nuova produzione e vero fiore all’occhiello della DogHead Animation, studio di animazione 2D leader in Italia che unisce design e creatività, tradizione e innovazione, artigianalità e tecnologia. Un eccellenza tutta italiana che ha da poco inaugurato i nuovi studi a Firenze che hanno sede in una delle aree riqualificate della Manifattura Tabacchi: 500mq suddivisi tra uffici, un’arena per workshop e proiezioni, open space operativo attrezzato con hardware e software avanzati – saranno occupati dagli oltre 50 collaboratori che compongono il team di produzione (che segue a livello organizzativo i progetti), il team dei supervisori artistici, (che controlla la qualità tecnico artistica dei progetti), il team di rigger, il team dei layout artists ed il team degli animatori. Questi ultimi tre dipartimenti rappresentano il cuore pulsante dell’attività principale di DogHead Animation, che grazie alla versatilità dei suoi artisti può produrre animazione a standard altamente competitivi a livello europeo e mondiale.

Lo studio di produzione di cartoni animati DogHead Animation nasce alla fine del 2018 come newCo del Gruppo ForFun Media: il primo ambizioso obiettivo è stato quello di riportare l’animazione 2D in Italia, una scommessa per il nostro Paese che da molti anni non aveva in questo settore una realtà così ampia per dimensioni, talenti, eccellenze, oltre a capacità progettuali e organizzative in grado di realizzare prodotti totalmente Made in Italy.

In poco più di un anno dalla sua nascita, DogHead Animation ha già prodotto quasi 500 minuti di animazione, spaziando da un trailer di circa due minuti per la società di produzione francese Studio RedFrog, con la quale è in fase di progettazione la realizzazione dell’intera serie di respiro internazionale, e le animazioni per il videoclip di Takagi&Ketra (Jovanotti, Tommaso Paradiso e Calcutta) “La Gatta e la Luna”. Inoltre, per il grande schermo DogHead ha realizzato la clip animata “La Cicogna Strabica”, che chiude il film di Checco Zalone “Tolo Tolo”.


Celebrazioni Raffaellesche. Ai Vaticani straordinaria esposizione dei preziosi arazzi degli Atti degli Apostoli

In occasione delle celebrazioni per il V centenario della morte di Raffaello Sanzio, straordinaria esposizione dei preziosi arazzi degli Atti degli Apostoli in Cappella Sistina.






In occasione delle celebrazioni per il V centenario della morte di Raffaello Sanzio, dal 17 al 23 febbraio 2020, i Musei Vaticani hanno il piacere di presentare la Cappella Sistina magnificamente adorna nella sua interezza la serie completa dei preziosi arazzi degli Atti degli Apostoli nell'originale posizionamento in Cappella Sistina realizzati su cartoni di Raffaello.

Dopo la presentazione della ricostruita Pala dei Decemviri opera di Pietro Perugino maestro di Raffaello, ai Musei Vaticani le Celebrazioni Raffaellesche entrano nel vivo con la rievocazione del suggestivo grandioso allestimento in Cappella Sistina degli arazzi ideati da Raffaello che l’artista non poté mai ammirare al completo causa la morte prematura.

“1520-2020: una celebrazione favolosa – 500 anni – la metà di un millennio, che ha visto Raffaello Sanzio da Urbino protagonista della bellezza, dell’armonia, del gusto e dell’ispirazione creativa di generazioni di pittori, scultori, decoratori, architetti ed artisti. Un artista universale, Raffaello, che ha fornito alla civiltà figurativa occidentale i modelli supremi della Bellezza.” afferma Barbara Jatta, Direttore dei Musei Vaticani.

I Pontefici Sisto IV (1471-1484) e Giulio II (1503-1513) fecero eseguire nella Cappella Magna di Palazzo rispettivamente il ciclo pittorico delle pareti e la volta michelangiolesca. Papa Leone X (1513-1521) volle completare tramite l’arte il messaggio religioso di uno dei luoghi più sacri della Cristianità e, nel 1515, incaricò Raffaello del prestigioso compito di realizzare i cartoni preparatori per una serie di arazzi destinati a rivestire la zona inferiore delle pareti affrescate a finti tendaggi.

Tra il 1515 e il 1516 Raffaello concepì un grande ciclo monumentale con le storie delle vite di San Pietro e San Paolo, i cui cartoni preparatori vennero mandati a Bruxelles per la realizzazione degli arazzi presso la nota bottega del tessitore Pieter van Aelst. I dieci arazzi giunsero in Vaticano fra il 1519 e il 1521.

“Pochi mesi prima della prematura ed improvvisa scomparsa dell’artista – il 26 dicembre 1519 – per la festività di Santo Stefano, i primi sette arazzi della serie vennero esposti alla presenza del suo illustre committente. Il cerimoniere della Cappella Papale, Paris de Grassis, annotava che a universale giudizio non si era mai visto niente di più bello al mondo: ut fuit universale juditium, sunt res qua non est aliquid in orbe nunc pulchrius.”

‘’L’intenzione dei Musei del Papa è quella di condividere – a cinquecento anni di distanza – la stessa Bellezza in omaggio al divino Raffaello. Per comprendere pienamente Raffaello bisogna venire in Vaticano.” precisa il Direttore dei Musei Vaticani.

La rievocazione storica che si presenta il 17 febbraio 2020 offre per un’intera settimana l’eccezionale opportunità di ammirare nella sede per cui furono pensati e voluti da Papa Leone X tutti gli arazzi di Raffaello conservati nelle Collezioni Vaticane ed esposti a turno nel Salone di Raffaello della Pinacoteca Vaticana: in omaggio al ‘divino’ Raffaello, ma anche quale suggestiva memoria dell’antica consuetudine di adornare la maggiore Cappella Papale durante le solenni cerimonie liturgiche del lontano passato.

Tale eccezionale rievocazione è il frutto di lunghi anni di impegnativi studi da parte di specialisti internazionali, che hanno confrontato le scarne notizie storiche riguardanti le rare antiche solenni cerimonie liturgiche per le quali erano stati adoperati gli arazzi con la realtà delle pareti della Cappella Sistina.

Provato per alcune ore nel 1983 e nel 2010 secondo varianti interpretative, nell’anno 2020 – in onore del grande Raffaello nel V centenario della morte – si è deciso di proporre nella sua interezza la serie completa di tutti gli arazzi nell’originale posizionamento, compatibilmente con le trasformazioni subite nei secoli dalla Cappella Sistina, a cominciare da quella della parete dell’altare per la realizzazione del Giudizio Universale di Michelangelo.

Come speciale omaggio a Raffaello da parte della Direzione dei Musei e dei Beni Culturali del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, a cura di Alessandra Rodolfo (Curatore dei Reparti Arazzi e Tessuti e Arte dei secoli XVII e XVII dei Musei Vaticani) con la preziosa collaborazione del Laboratorio di Restauro Arazzi e Tessuti dei Musei Vaticani e grazie all’intenso sforzo corale di tutti i competenti uffici e servizi impegnati nell’operazione, la ineguagliabile rievocazione dell’antico allestimento viene offerta alla pubblica visione per l’intera settimana dal 17 al 23 febbraio.

In tale periodo, la possibilità di ammirare la straordinaria esposizione sarà offerta a tutti i visitatori dei Musei Vaticani durante il consueto orario di apertura museale e secondo le consuete modalità di visita.

www.museivaticani.va

martedì 11 febbraio 2020

Cultura tradizionale, Musaica | Scuola di Pizzica di San Vito: al Teatro del Lido, atmosfere e suggestioni di danza e musica popolare

Dopo il successo della stagione passata, i Musaica tornano al Teatro del Lido, con un nuovo spettacolo che unisce musica di ispirazione tradizionale a danze e nuove composizioni coreografiche della Scuola di Pizzica di San Vito.





TESSERE, trame di musica e danza è il titolo dello spettacolo di scena al Teatro del Lido domenica 16 febbraio alle ore 18. Un esibizione artistica della cultura tradizionale che ha in sé una narrazione: è la storia di alcuni studenti universitari – molti dei quali provenienti dal Sud Italia – che si incontrano a Roma in EtnoMuSa, la prima orchestra popolare universitaria, nata nell’ambito del progetto MuSa (Musica Sapienza). Da quell’esperienza nasce l’ensemble Musaica e, grazie a quell’esperienza, Andrea De Siena e Ludovica Morleo hanno l’occasione di conoscere giovani artisti, con i quali confrontarsi attraverso vissuti, emozioni e passioni.

Con questo spettacolo si pone una tessera del mosaico ideale che rappresenta l’armonia musicale, coreutica e affettiva di questi ragazzi, e che ora l’esperienza e il tempo permettono sia ricomposto, come il capitolo di una storia che chiude un racconto e ne apre un altro. La musica dei Musaica segue tre percorsi: composizioni proprie, musica di tradizione italiana e brani autoriali. Dall’esigenza e il desiderio di elaborare un linguaggio e un’identità propri, in un continuo movimento di scoperta, sono nate composizioni ispirate dalle parole di poeti come Saba e Buttitta e dal lavoro di musicisti come i Fratelli Mancuso e Andrea Parodi.

I testi popolari e i suoni delle terre d’origine sono stati il punto di partenza del percorso musicale, completato dalla ricerca e dalla sperimentazione coreografica del primo laboratorio coreografico stabile della Scuola di Pizzica di San Vito (sede di Roma) a cura di Andrea De Siena. Testimoni di questo intento sono gli strumenti popolari in uso al gruppo: l’organetto, le launeddas, la zampogna, la lira, il bouzouki, le diverse tipologie di tamburi a cornice, che attraversano tutte le modalità espressive di Musaica, come un filo conduttore che viene da lontano.

Musaica è composta da dieci giovani musicisti provenienti da Calabria, Puglia, Basilicata e Lazio. A fare da collante, fra la diversa formazione e le diverse esperienze dei componenti del gruppo, è il modo condiviso di sentire e vivere la musica. Nel dicembre 2016 il gruppo inizia i lavori per il suo primo CD, composto principalmente da brani inediti, pubblicato dall’etichetta discografica Radici Music Records di Arezzo e presentato al Teatro del Lido di Ostia a maggio 2018. Il disco ha visto la collaborazione, come ospite, di Francesco Salvadore, musicista e voce del gruppo siciliano Unavantaluna. Musaica è stata selezionata fra i dieci finalisti della decima edizione del Premio Andrea Parodi 2017, ricevendo due importanti riconoscimenti: migliore interpretazione di un brano di Andrea Parodi; menzione degli artisti in gara.

La Scuola di Pizzica di San Vito nasce dall’incontro di artisti, professionisti e appassionati, accomunati da una linea d’azione condivisa: da una parte, far conoscere e sviluppare il repertorio della tradizione di San Vito, dall’altra, aprire questo repertorio a esperienze che arrivano ‘da fuori’. La Scuola ha sede nei locali della World Music Academy, presso il laboratorio urbano ExFadda di San Vito dei Normanni e a Roma in diversi spazi. La Scuola di Pizzica di San Vito, rappresenta una nuova generazione di musicisti e ballerini che vengono da esperienze di rilievo, per il contributo essenziale nella ricerca e nella diffusione della tradizione, e che sperimentano al contempo nuovi percorsi.


Teatro del Lido
Via delle Sirene, 22 | 00121 Ostia (Roma)
06 564 6962
domenica 16 febbraio ore 18 | musica – danza
Musaica | Scuola di Pizzica di San Vito
TESSERE, trame di musica e danza
interpreti Davide Ambrogio zampogna, lira calabrese e voce, Francesco Micelli percussioni e voce, Valeria Taccone, Giorgia Santalucia, Mara Petrocelli voce, Roberto Licchetta, Giulio De Paolis percussioni, Ludovico Radaelli chitarra, Luca De Luca bouzouki, Francesco Berrafato organetti
e con Scuola di Pizzica di San Vito: Andrea De Siena coreografia e danza, Ludovica Morleo danza
durata 90’

https://www.facebook.com/musaica0/
https://www.facebook.com/scuoladipizzicadisanvito/

sabato 8 febbraio 2020

All'alba di Raffaello. La Pala dei Decemviri del Perugino, l'opera nella sua interezza in mostra ai Vaticani

Ai Musei Vaticani, l’anno di Raffaello inizia col capolavoro del suo maestro Perugino. In occasione delle Celebrazioni Raffaellesche inaugurata la mostra All'alba di Raffaello. Dall'8 febbraio al 30 aprile 2020 ai Musei Vaticani. 






Le celebrazioni per i 500 anni della morte di Raffaello Sanzio, iniziano in Vaticano con l’esposizione della Pala dei Decemviri di di Pietro Vannucci, detto il Perugino, il maestro del grande pittore urbinate. Il capolavoro dopo essere stato esposto da ottobre 2019 a fine gennaio 2020, presso la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nella sua ritrovata unità e bellezza originaria, torna trionfalmente a casa per far ancora bella mostra di sé, sempre eccezionalmente e temporaneamente ricomposto.

Rientra così nei Musei Vaticani, nella sua interezza, con la sua cornice e la sua “cimasa”, la “Pala dei Decemviri” di Pietro Perugino, e l'occasione è l'apertura delle celebrazioni dei 500 anni dalla morte del suo allievo, il grande Raffaello Sanzio da Urbino. I due dipinti, realizzati nel 1495 per la Cappella del Palazzo dei Priori di Perugia, furono separati nel 1797, in seguito alle requisizioni francesi che portarono a Parigi la sola grande tavola. Cornice e cimasa furono invece lasciate nel Palazzo. Dopo la caduta di Napoleone, la tavola non fu restituita a Perugia ma, per disposizione di Pio VII, entrò a far parte della Pinacoteca Vaticana.

Un’occasione imperdibile, nata dalla felice e proficua collaborazione tra i Musei del Papa e la Galleria Nazionale dell’Umbria, per ammirare anche nella Pinacoteca Vaticana, la celebre Pala del maestro umbro: la tavola con la Madonna in trono col Bambino e Santi dei Musei Vaticani reinserita nella sua splendida cornice originale e riunita alla cimasa raffigurante il Cristo in pietà del museo perugino. Guido Cornini, responsabile scientifico del Dipartimento delle Arti dei Musei Vaticani, ha spiegato l'opera sotto l'aspetto contestuale; essa raffigura una sacra conversazione, che era il nome convenzionale che si dava all'epoca, ad una situazione di gruppo in cui una Madonna col bambino direttamente seduta trono ma poteva essere anche in piedi, era circondata da santi che variavano a seconda della devozione della chiesa alla quale la pala era destinata. Questa invenzione stilistica si situa intorno agli anni cinquanta del Quattrocento a Firenze in particolare nell'ambito del Beato Angelico. 30-40 anni dopo, all'epoca del Perugino, si è evoluta allo stadio che vediamo. I santi riuniti con la Madonna sono san Lorenzo, san Ludovico da Tolosa, sant'Ercolano, e san Costanzo, i patroni della città di Perugia e quindi appropriati per la Cappella del Palazzo Dei Priori, sede della magistratura cittadina e del governo della città. E’ il momento più alto della produzione stilistica del Perugino, manifesto degli stilemi della pittura umbra di fine Quattrocento, che vediamo trasmigrare puntualmente nel primo Raffaello come ossatura di fondo, prima di arrivare al Raffaello classicista delle Stanze, delle Logge e di Villa Madama.

"Ricordata dal Vasari e dalle successive fonti storico-artistiche per la sua bellezza, la Pala è firmata sulla pedana del trono dal suo autore", ha spiegato nel suo intervento, il direttore dei Musei Vaticani Barbara Jatta. "Questa del Perugino è una delle opere identitarie delle nostre collezioni. Quando Luca Beltrami insieme a Pio XI concepisce questa nuova pinacoteca la pone nella stanza precedente al grande salone dedicato a Raffaello. Esporre Perugino in questa occasione è un modo di fare tornare un po' indietro anche la storia di questi Musei. l'opera arriva grazie al soggiorno che ha a Parigi per le asportazioni napoleoniche, ma arriva grazie a Canova quando decide di riportare le opere, dopo la caduta di Napoleone, non nei luoghi d'origine ma in Vaticano per una maggiore condivisione. Tante nostre opere identitarie fanno parte di quella riacquisizione: pensiamo a Caravaggio, pensiamo alla Madonna di Foligno di Raffaello, pensiamo al Domenichino, grazie all'intuizione di Canova di avere delle opere d'arte importanti condivise all'interno del Vaticano".

mercoledì 5 febbraio 2020

Alimentazione ricerca, Agrumi più dolci: il CREA svela il segreto del gene NOEMI

Ricercatori del laboratorio di Biotecnologie del CREA Olivicoltura Frutticoltura Agrumicoltura che, in collaborazione con il John Innes Centre di Norwich, hanno identificato un gene chiamato Noemi, fattore chiave in grado di regolare l'acidità dei frutti.







Gli agrumi rappresentano una delle fonti privilegiate di vitamina C nella nostra alimentazione, tuttavia, una delle maggiori barriere al loro consumo è rappresentato dal sapore acido, che li rendono per molti poco gradevoli, se non indigesti.

A breve, però, potremo avere agrumi meno acidi, grazie ai ricercatori del laboratorio di Biotecnologie del CREA Olivicoltura Frutticoltura Agrumicoltura che, in collaborazione con il John Innes Centre di Norwich, hanno caratterizzato la mutazione "acidless" (letteralmente “per nulla acido”) nei frutti di cedro, limone, limetta e arancio, in grado di addolcire il succo rispetto alle varietà classicamente acide.

Le mutazioni acidless hanno da sempre incuriosito nel tempo i ricercatori tanto da consentirne il riconoscimento e l’isolamento in molte specie di agrumi che venivano comunemente indicate come “dolci”, a causa dell'estrema riduzione dell'acidità nel succo. Gli agrumi “dolci”, oltre a perdere l’acidità, hanno anche perso la capacità di colorare di rosso intenso foglie e fiori di molte specie.

L’analisi genetica, sviluppata mettendo a confronto varietà acide e “dolci” della stessa specie, ha consentito l’identificazione di un gene, chiamato Noemi, fattore chiave in grado di regolare l'acidità dei frutti e che funziona in stretta sinergia con il gene Ruby (identificato qualche anno fa dallo stesso team, responsabile della sintesi delle antocianine, ovvero i pigmenti chiave della colorazione rosso porpora.

Lo studio inoltre chiarisce come, attraverso il percorso di domesticazione del cedro - una delle specie vere, insieme a Pummelo o Pomelo e mandarino - una mutazione a carico di Noemi sia stata poi trasmessa a tutti gli agrumi da esso derivanti a seguito di incroci interspecifici.

Oggi l’identificazione di Noemi e la possibilità di modulare la sua espressione rappresentano un tassello strategico per il miglioramento genetico degli agrumi, soprattutto per le arance e i mandarini, in quanto il controllo dell’acidità è determinante nell’isolamento di selezioni a diversa epoca di maturazione, di grande impatto per un consumatore attento ed esigente.

Scriviamoci 2020. "Il mondo che vorrei": riparte la VI edizione del concorso di creazione letteraria

Riparte con la sua VI edizione "Scriviamoci 2020", il concorso di scrittura letteraria rivolto agli studenti delle scuole secondarie di II grado in Italia e all'estero. 






Istituito nel 2015 il concorso ha l’obiettivo di invitare ragazze e ragazzi ad utilizzare la scrittura come strumento di espressione e di conoscenza di sé e del mondo. "Scriviamoci 2020" quest'anno sarà incentrato su una tematica attualissima: "Il mondo che vorrei", una traccia molto chiara: “Riferendoti all’Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo sostenibile, componi un racconto che prenda come spunto uno dei diciassette obiettivi contenuti in quel documento, per far sì che i bisogni del presente non compromettano quelli delle future generazioni”.

Il racconto dovrà essere lungo tra 7.000 e 10.000 battute (spazi inclusi), dovrà riportare in calce nome e cognome, scuola e classe di appartenenza dell’autore, scritti per esteso. Il file allegato dovrà essere inviato in due formati (word e pdf). Ogni concorrente potrà partecipare con un solo testo mentre le scuole potranno partecipare con un massimo di 5 elaborati ciascuna, inviati entro e non oltre il 17 aprile 2020 da un docente referente, al seguente indirizzo email: scriviamoci@beniculturali.it.

Tutti gli elaborati pervenuti verranno pubblicati in una sezione, appositamente creata, sul sito dell’Atlante digitale del Novecento letterario. I testi più meritori potranno essere oggetto di una pubblicazione senza scopo di lucro da parte del Centro per il libro e la lettura come nelle edizioni 2018 e 2019. I nomi dei vincitori e le modalità di premiazione saranno comunicati entro il 6 giugno 2020 ai docenti referenti. In palio, per i primi tre classificati, libri messi a disposizione dal Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, mentre al primo classificato sarà anche offerto un corso di scrittura creativa presso Bottega Finzioni.

Scriviamoci 2020 è promosso dal Centro per il libro e la lettura e dall’Atlante digitale del Novecento letterario in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e con il Ministero dell’Istruzione, dell'Università e della Ricerca, con il contributo del Gruppo editoriale Mauri Spagnol e di Bottega Finzioni.

domenica 2 febbraio 2020

Ricerca, successo italiano: isolato presso il laboratorio di virologia dell'INMI il nuovo Coronavirus

Grande successo della ricerca italiana: isolato il nuovo Coronavirus presso l'Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani”. Una tappa decisiva per una migliore conoscenza del virus 2019-nCoV e per lo sviluppo di nuove strategie diagnostiche e terapeutiche.


I virologi dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani”, a meno di 48 ore dalla diagnosi di positività per i primi due pazienti in Italia, sono riusciti, primi in Europa, ad isolare il virus responsabile dell’infezione. Un successo che testimonia il livello di assoluta eccellenza raggiunto dalle strutture sanitarie della Regione Lazio. 




Un passo fondamentale quello dell'isolamento tempestivo del virus 2019-nCoV, meglio conosciuto come Coronavirus. Questo permetterà di perfezionare i metodi diagnostici esistenti ed allestirne di nuovi. Avere a disposizione nei laboratori il nuovo agente patogeno permetterà inoltre di studiare i meccanismi della malattia per lo sviluppo di cure e la messa a punto del vaccino. La sequenza parziale del virus isolato nei laboratori dello Spallanzani, denominato 2019-nCoV/Italy-INMI1, è stata già depositata nel database GenBank, e a breve anche il virus sarà reso disponibile per la comunità scientifica internazionale.

Maria Capobianchi, direttore del laboratorio di Virologia dell’INMI, ha dichiarato: “Il risultato ottenuto oggi è il frutto del lavoro di squadra, della competenza e della passione dei virologi di questo Istituto, da anni in prima linea in tutte le emergenze sanitarie nel nostro Paese”. Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’INMI, ha aggiunto: “L’isolamento del virus ci permetterà di migliorare la risposta all’emergenza coronavirus, di conoscere meglio i meccanismi dell’epidemia e di predisporre le misure più appropriate”. “Il risultato ottenuto dai nostri virologi – ha concluso Marta Branca, direttore generale dell’INMI – è una ulteriore testimonianza dell’eccellenza scientifica dello Spallanzani, istituto dove la ricerca non è mai fine a se stessa, ma ha come obiettivo ultimo e concreto il miglioramento delle cure per i pazienti”.

“Con l’isolamento del virus da parte dell’équipe di virologi dello Spallanzani si conferma l’assoluta qualità delle strutture sanitarie della nostra Regione”, così Alessio D’Amato, assessore alla Sanità della Regione Lazio. “La grande professionalità dei nostri medici, biologi e ricercatori – ha concluso Roberto Speranza, ministro della Salute – ci fornisce ulteriori strumenti di contrasto per fronteggiare questa emergenza sanitaria e conferma la qualità e l’efficienza del nostro Servizio Sanitario Nazionale, su cui dobbiamo continuare ad investire”.

A seguito dell’annuncio dell’avvenuto isolamento del virus responsabile dell’infezione, Nicola Zingaretti, governatore della Regione Lazio, ha dichiarato: “Il risultato ottenuto dal laboratorio di virologia dello Spallanzani testimonia il livello di assoluta eccellenza raggiunto dalle strutture sanitarie della Regione Lazio anche nella gestione di epidemie, con brillanti risultati assistenziali e scientifici già ottenuti con Ebola. Inoltre, anche nel 2017, quando il litorale laziale fu colpito da una epidemia di Chikungunya, lo Spallanzani riuscì prontamente a isolare il virus, permettendo così di velocizzare la diagnosi e fornendoci uno strumento fondamentale per contenere la diffusione dell’epidemia. L’auspicio è che si segua lo stesso percorso anche per l’emergenza in corso: di certo il risultato ottenuto dai virologi dello Spallanzani costituisce uno strumento fondamentale a disposizione della task force messa in campo dal Ministero della Salute per fronteggiare questa nuova epidemia globale. Voglio inoltre esprimere il mio personale ringraziamento agli operatori e ai medici. La Sanità laziale, appena uscita dal commissariamento, si conferma così all’avanguardia nel panorama del nostro Servizio Sanitario Nazionale”.

Arte e scienza, anamorfosi: tra prospettiva e magia delle immagini

Anamorfosi, una tecnica affascinante usata da alcuni artisti a partire dalla seconda metà del XV secolo in concomitanza alla fioritura degli studi e delle applicazioni della prospettiva che miscela geometria e psicologia della percezione. 







Derivanti direttamente dal concetto di prospettiva, le anamorfosi nelle opere d'arte, si basano sul gusto dell'illusione ottica ed alla ricerca della sorpresa per generare lo stupore e la meraviglia dell’osservatore e dei committenti, per cui un’immagine al loro interno, appare distorta e diventa comprensibile solo ponendosi nell'unico corretto punto di osservazione. Questa tecnica rivoluzionaria cominciò a muovere i primi passi nel XIV secolo con Ambrogio Lorenzetti e Filippo Brunelleschi e, nel secolo successivo, con il Masaccio, Leon Battista Alberti, Piero della Francesca e Albrecth Dürer, arrivando fino al giorno d’oggi, dove possiamo ritrovarla nelle ardite opere di street art e nella psicologia della percezione, per la quale “la sola realtà che cogliamo è quella percepita dal cervello”.

La parola “anamorfosi” è un neologismo del XVII secolo che significa “dare nuova forma ad una figura” o anche “dare forma in modo contrario”. L’osservatore posto in posizione frontale rispetto all’anamorfosi prospettica vede un disegno distorto, che viene percepito nelle corrette proporzioni solo spostandosi in una posizione fortemente obliqua rispetto al disegno, prossima alla superficie figurata o a un suo prolungamento, sulla verticale del punto prospettico. Il primo artista a disegnarle e a suggerire una tecnica su come realizzarle, fu Leonardo da Vinci, anche se in verità, un esempio di anamorfosi era stato già realizzato nel 1472 da Piero della Francesca nella Pala di Brera. In questo capolavoro, c'è un uovo sospeso che appare sullo sfondo che si trasforma in una sfera perfetta se osservato da una certa angolazione. Di sicuro l'anamorfosi più conosciuta si trova nel dipinto “Gli ambasciatori” di Hans Holbein, in cui è raffigurato un teschio deformato, irriconoscibile da una osservazione centrale, ma che diventa visibile solo se correttamente posizionati sul lato destro dell'opera a qualche metro di distanza.

La teoria e la pratica dell’anamorfosi raggiungono la loro più considerevole fortuna in età Barocca: costituiscono il culmine tecnico della dottrina prospettica cinquecentesca, effetto dei progressi compiuti nel campo della geometria proiettiva e dell’ottica. La fortuna delle anamorfosi trova una profonda e congeniale connessione con l’estetica seicentesca, con la sua ossessione per il tema dell’illusione, dell’ossimoro, del paradosso e del contrasto, e soprattutto con quella tenace metafora “radicale” che riconosce all’esperienza visiva, e non solo quella artistica, una natura essenzialmente “spettatoriale”.

Uno dei più interessanti protagonisti di questa complessa congiuntura, è il matematico e teologo francese Jean-François Niceron, entrato in giovane età nell’ordine dei Minimi di San Francesco di Paola e dedicatosi altrettanto precocemente allo studio dell’ottica e della prospettiva. Egli pubblicò, nel 1638, il celebre trattato La Perspective curieuse, magie articielle des effets merveilleux de l’optique par la vision directe, poi ripubblicato in edizione estesa e tradotta in latino nel 1646, con il titolo di Thaumaturgus opticus, ristampata in francese nel 1652. Quest'opera è la prima descrizione completa e puntuale delle diverse tecniche per progettare e realizzare anamorfosi, sia prospettiche sia in riflessione, anche se la parola “anamorfosi” comparirà solo in seguito, nell’opera “Ars Magna lucis et umbrae” del gesuita Athanasius Kircher, pubblicata a Roma nel 1646. Niceron fu anche l'autore del famoso affresco anamorfico di San Giovanni Evangelista nell'isola di Patmos, nell'atto di scrivere l'Apocalisse, realizzato nei corridoi del convento romano di Trinità dei Monti, nonché di alcune anamorfosi circolari osservabili solo tramite uno specchio cilindrico. Quattro di questi dipinti, datati intorno al 1635, sono conservati nei depositi di Palazzo Barberini, e sono stati raramente esposti al pubblico, anche per la difficoltà pratica di consentire l’effettiva fruizione dell’immagine rappresentata.

Un altro ragguardevole esempio di anamorfosi, tra i più accattivanti artifici dell’arte figurativa, che si trova sempre all'interno del convento della chiesa di Trinità dei Monti, è un affresco dipinto dal padre minimo Emmanuel Maignan, forse in collaborazione con Niceron, che si estende per sei metri. Camminando lungo il corridoio, si riconosce la raffigurazione di un semplice panorama costiero, con piccole barche a vela, qualche casa in lontananza, colline e nuvole dalle forme morbide e bizzarre. Sembra un dipinto a cui dare poca importanza, ma, se osservato al termine del corridoio, lo stesso affresco rivela una mirabile sorpresa. Da un particolare punto di osservazione distante una decina di metri dall’affresco, infatti, il panorama costiero si trasforma e si ricompone sorprendentemente nella figura di S. Francesco di Paola, inginocchiato in preghiera.

Nicéron cercava nell’anamorfosi un’analogia con l’ordine spirituale della creazione divina, che non è evidente ai più. Così come nei disegni anamorfici l’occhio distratto vede solo un insieme confuso di forme, che si ricompongono e si rivelano nel momento in cui si osserva lo stesso disegno dal punto di vista prospettico, così l’ordine nascosto della creazione divina rivelava la sua armonia se osservato dal punto privilegiato della fede. Egli fu affascinato per tutta la sua esistenza dall’idea che nella natura si nascondesse un codice segreto divino di cui la matematica, e in primis l’ottica, potevano farsi interpreti, elaborando un lessico espressivo che attraverso la magia artificiale ne riproducesse la segreta natura configurativa, le leggi formanti del suo farsi e del suo divenire.

Gli artisti del Rinascimento e del Barocco che hanno utilizzato gli insegnamenti geometrici di Nicéron erano meno interessati agli aspetti religiosi e più attratti dal gusto dell’illusione, della prospettiva bizzarra, della ricerca della sorpresa per generare lo stupore e la meraviglia dell’osservatore e dei committenti delle opere anamorfiche. Gli esempi di anamorfosi su grande scala, sia figurative che architettoniche (queste ultimi realizzati non semplicemente su una superficie, bensì in uno spazio tridimensionale), sono in gran parte concentrati tra il XV e il XVII secolo: ricordiamo l’abside della chiesa di S. Maria presso San Satiro a Milano di Donato Bramante, le scene prospettiche del Teatro Olimpico palladiano a Vicenza di Vincenzo Scamozzi, il soffitto e la falsa cupola della chiesa di S. Ignazio a Roma progettati e affrescati da Andrea Pozzo, il corridoio di Palazzo Spada a Roma di Francesco Borromini. Nondimeno Pietro Accolti, architetto e matematico al servizio di Carlo de’ Medici a Firenze, rivela in suo libro che nel XVII secolo disegni anamorfici erano usati per nascondere una mappa o un messaggio segreto. Solo chi conosceva la posizione del punto prospettico e possedeva lo specchio curvo con le giuste dimensioni poteva “leggere” il reale contenuto di un disegno apparentemente confuso e insignificante. Di fatto, l’anamorfosi è una valida tecnica crittografica, particolarmente efficace e difficile da decriptare quando associata alla riflessione di specchi conici.

Oggi esempi spettacolari di arte anamorfica prospettica sono realizzati da artisti “su strada”, che realizzano le loro opere all’aperto, disegnando anamorfismi prospettici su piazze, strade e muri delle città. Le dimensioni di queste opere sono imponenti, fino a diverse centinaia di metri quadri, e l’effetto prospettico è dirompente. Ma l’arte non è l'unico esempio di utilizzo delle tecniche anamorfiche. Anche la psicologia trae vantaggio dalla lettura degli anamorfismi per studiare il condizionamento delle forme ambientali sulla nostra percezione visiva. Uno degli esempi più noti è la stanza distorta ideata da Adelbert Ames. Lo studio della percezione di anamorfismi tridimensionali della camera di Ames ha fornito importanti informazioni su alcuni aspetti della psicologia della visione umana, fungendo da apripista ai più recenti sviluppi della neuro-estetica.

Altri esempi di anamorfismo sono le scritte pubblicitarie sui campi di calcio e nella Formula 1. Si tratta di insegne disegnate distorte sul suolo che, inquadrate dalla telecamera che riprende l'evento, appaiono in televisione come classici cartelloni pubblicitari, rialzati e ben proporzionati. Un’ulteriore esempio di tecniche anamorfiche è il cinemascope, anche se va precisato che questa tecnica di proiezione, ancorché chiamata “anamorfica” dagli addetti ai lavori, non lo è nel senso originale del termine. Infatti, d’accordo con Nicéron, l’anamorfosi è una deformazione che viene corretta dalla prospettiva oppure dalla riflessione da uno specchio curvo solo osservando l’oggetto da un punto di vista privilegiato (prospettico), dal quale la figura appare “formata di nuovo”. Nel caso del cinemascope, il punto prospettico non c’è.

In termini di sicurezza, infine, uno studio a cura dell'ENEA, nell’ambito del Progetto Europeo FORLAB (Forensic Laboratory for in-situ evidence analysis in a post blast scenario) ha usato procedimenti anamorfici per progettare i sistemi ottici di irraggiamento e di ricezione applicati alla tecnica LIF (Light Induced Fluorescence) per il riconoscimento spettroscopico di materiale pericoloso in uno scenario post attentato su un’area di 144 metri quadri. In una tale configurazione, infatti, il fotogramma inquadrato dal sistema ottico di irraggiamento laser e dalla CCD di ricezione appare deformato in modo anamorfico a causa del particolare punto prospettico in cui si trova il sistema stesso.


Fonte: The interdisciplinary nature of anamorphic images in a journey through art, history and geometry. Journal of Mathematics and the Arts. Paolo Di Lazzaro e Daniele Murra, ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile).

sabato 1 febbraio 2020

Ecosistema, il contributo delle foreste al contrasto al cambiamento climatico

Il contributo delle foreste al contrasto al cambiamento climatico e il loro ruolo cruciale nel generare diversi servizi eco-sistemici che contribuiscono all’assorbimento del carbonio atmosferico. Presentato il report Progetti forestali di sostenibilità 2019 dal Nucleo di Monitoraggio del carbonio - CREA Politiche e Bioeconomia. 





Oggi più che mai è sempre più riconosciuto il ruolo cruciale delle foreste per la loro capacità di generare diversi servizi eco-sistemici, che contribuiscono ampiamente all’assorbimento del carbonio atmosferico. Di questo si è parlato oggi in occasione del workshop I servizi eco-sistemici forestali: stato dell’arte e strategie di sviluppo dei mercati volontari e delle misure forestali dei PSR, organizzato dal CREA Politiche e Bioeconomia, con il suo Nucleo di Monitoraggio del carbonio, nell’ambito delle attività delle Rete Rurale Nazionale.

Durante l’incontro è stata presentato il report “Progetti forestali di sostenibilità 2019”, che comprende quest’anno tutti i progetti forestali realizzati in Italia e da organizzazioni Italiane all’estero nell’ambito dei mercati volontari dei Servizi Ecosistemici, oltre al consueto mercato nazionale dei crediti di carbonio, entrambi legati all’ambito forestale. L’indagine, realizzata annualmente dal Nucleo di Monitoraggio del carbonio del CREA, ha monitorato 17 progetti, che hanno permesso complessivamente l’assorbimento di 11.600 t di CO2 e la produzione di diversi altri servizi eco-sistemici.

Ciò è stato possibile anche grazie ai numerosi strumenti finanziari, impiegati per motivare i proprietari/gestori forestali che offrono servizi eco-sistemici: quelli tradizionali quali contributi, compensazioni e sgravi fiscali (Piani di Sviluppo Rurale, fondi FEASR) e i cosiddetti “market-based” ovvero ispirati dagli ordinari meccanismi di mercato, quali ad esempio gli schemi per Pagamenti per Servizi Ambientali (Payments for Environmental Services – PES).  Nel 2018, infatti, i finanziamenti che hanno contribuito alla realizzazione dei progetti monitorati ammontano a € 904.200, di cui il 97% dedicato a progetti di afforestazione e il restante 3% a progetti per il miglioramento dell’habitat.

Il report descrive anche le novità nella classificazione CICES (Common International Classification of Ecosystem Services) dei servizi ecosistemici forestali e un aggiornamento delle transazioni avvenute nel 2018 nel mercato internazionale dei crediti di carbonio che ammontano a 50,7 MtCO2per un valore totale di 171,9 M$.

La pubblicazione contiene, inoltre, un’analisi dettagliata di quei servizi legati ai Programmi di Sviluppo Rurale e ai progetti europei Life e Horizon, ed un focus sulla tempesta Vaia, che si è abbattuta nell’ottobre 2018 nel Nordest italiano con un impatto considerevole sull’ecosistema forestale, in termini sia di sovra-offerta di legname (8,7 milioni di metri cubi, pari alla quantità di legname lavorata mediamente dall’industria italiana in un anno) sia di infrastrutture forestali e di revisione dei piani di assestamento e di pianificazione (venendo meno le tradizionali funzioni di difesa da frane, smottamenti e valanghe) sia delle funzioni turistico-ricreative.

Il report è disponibile on line sul sito del Nucleo di Monitoraggio del carbonio del CREA, centro di Politiche e Bioeconomia al seguente link.

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